Nudi sulla spiaggia? Si può.


 
da La Repubblica del 31 luglio 2002

Nudi sulla spiaggia? Si può.

50 denunce a luglio in Toscana, la replica dei naturisti.
Sul tema è di nuovo polemica.

"La legge italiana non lo vieta, purché a certe condizioni"

GABRIELLA REMIGI

NUDI come Adamo ed Eva nell'Eden o coperti di costumi che ormai più che nascondere enfatizzano le forme, le esaltano, le velano di ammiccanti trasparenze? La distanza fra comune senso del pudore e mancanze al medesimo è, appunto, a volte un velo, un lembo, anche piccolissimo, di stoffa.
Eppure scatena da anni immutabile un dibattito, pure penale, che in Italia non accenna a sopirsi. E puntuale si ripresenta anche quest'estate.
L'innesco viene dalla cinquantina di denunce che hanno costellato il luglio delle spiagge di Marina di Bibbona, Capalbio e Marina di Alberese dove alcuni nudisti sono stati denunciati per violazione degli articoli 527, 726 e 529 del codice penale, i famigerati atti osceni in luogo pubblico fra i quali può rientrare addirittura un bacio.
«Ho cominciato a fare il naturista venti anni fa, poco prima di laurearmi racconta Massimo Guiggiani e pensavo che la situazione, nel tempo, si sarebbe modificata. Purtroppo, siamo ancora all'età della pietra, al "dagli all'untore"».
Guiggiani, docente a Ingegneria di Pisa e responsabile regionale dell'Associazione naturista italiana, si occupa da tempo della materia. «È una questione di diritti civili prosegue le denunce sono un abuso: la legge italiana non vieta il nudismo, purché vengano rispettate certe condizioni. Sugli articoli del codice penale generalmente impugnati contro i nudisti ci sono ben due sentenze della Corte di Cassazione».
E racconta un episodio che lo ha riguardato personalmente, avvenuto due anni prima che la Corte si pronunciasse. «Era l'estate del '98: io e mia moglie ci trovavamo sulla spiaggia di Nido dell'Aquila, a sud di San Vincenzo. Agli agenti che si sono avvicinati, ordinando di rivestirci, ho mostrato la copia del decreto di archiviazione del Tribunale di Livorno che si riferiva a 25 denunce su quella stessa spiaggia. Grazie a quel testo che avevo portato con me nello zaino, gli agenti se ne sono andati senza poterci imporre nulla.
Non tutti però hanno la stessa prontezza o coscienza dei propri diritti per reagire. E se uno viene denunciato, dopo la multa di 250.000 lire che gli arriva a casa, può decidere di rinviare il caso a giudizio. Ma, anche vincendolo, dovrà pagare almeno 2 milioni di lire per gli avvocati».
Dalla legge agli aspetti culturali del nudismo il passo è breve e il professore lo compie in fretta: «Il nostro modo di vivere in armonia con la natura presuppone un grande rispetto per l'ambiente: quante volte abbiamo ripulito le spiagge dai rifiuti lasciati lì da qualche bagnante».
Nel mondo della telematica anche i nudisti si affidano alla rete. E sul suo sito, www.naturismoanita.it, l'Anita lancia un proclama preciso: «Vogliamo affermare il nostro diritto di poter stare nudi, sia pure in spazi riservati, in modo che il naturismo venga considerata una sana attività ricreativa».
Fra i 1000 soci italiani di Anita e i nudisti italiani, Guiggiani sostiene esserci un forte divario numerico: «Forse perché manca all'italiano una tendenza associativa: il naturismo da noi è ben più diffuso di quanto le cifre facciano supporre.
La situazione italiana è anomala comunque: contro gli 80 centri naturisti della Francia e i 40 spagnoli, da noi ne esistono 3 o 4. E di spiagge ufficiali solo due: una a Capocotta, vicino Ostia; l'altra a Lido di Dante nei pressi di Ravenna».
E chiude con un episodio di un mese fa: «Un naturista ha chiamato la segreteria del parco di Torre Guaceto a Brindisi per avere informazioni sulla possibilità di fare naturismo da quelle parti: "Grazie ai nostri sforzi il nudismo è stato quasi debellato" si è sentito rispondere. Ecco nell'uso improprio di quel verbo debellare, ripreso dal linguaggio medico e riferito a qualcosa di oggettivamente indesiderabile, leggo tutta l'intolleranza per la nostra scelta».


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