E adesso spogliati


 
dal mensile “Donna” edito da Hachette Rusconi, febbraio 2004

E ADESSO SPOGLIATI



Per carità: nella vita, ci sono interrogativi più brucianti. Però ci siamo chiesti: dove vanno i nudisti d’inverno? Francesca Filiasi si è fatta invitare a un raduno in una piscina milanese. All’inizio, credeva di morire per la vergogna. Alla fine, l’hanno praticamente costretta a rivestirsi: fuori faceva freddo. Naturisti, brava gente: combattono il fumo, l’alcool, l’inquinamento, la droga, i consumi. E fanno discorsi tanto perbene da essere addirittura noiosi.


di Francesca Filiasi

Se devo morire di vergogna, mi dico, che almeno sia senza peli superflui. È il primo segnale che non sono una naturista: queste baggianate estetiche non sono contemplate dai veri aficionados.
Secondo l’approccio naturista, spogliarsi è un modo per imparare ad accettare il proprio corpo così com’è e di conseguenza se stessi. È una forma di autoterapia. Voglio crederci. Ed è dunque verso la mia rinascita psicologica che mi dirigo in una fredda domenica invernale al setting terapeutico: un agriturismo fuori Milano. C’è il pranzo societario della sezione lombarda dell'UNI (Unione naturisti italiani)-Anita, che raduna le principali associazioni naturiste italiane.
La giornata continuerà in una piscina dove una volta al mese ci si incontra per stare qualche ora nudi in santa pace. Non è stato facile avere questo appuntamento: i naturisti sono naturalmente sospettosi, spaventati da un mondo dove, se digiti su internet la parola nudismo, appari in compagnia di siti come “Figa online”. Ossessionati dall’essere confusi con i pornofili, loro credono (cito testualmente) “alla vita all'aria aperta, all'esercizio fisico, all'alimentazione naturale e vegetariana, alla medicina naturale, alla pace, alla protezione della natura, degli animali e dell'ambiente, alla lotta contro l'inquinamento, contro il consumismo, contro l'abuso dell'alcool, del tabacco e delle sostanze stupefacenti”. Noiosi vero? Quasi più della pornografia.
Mi accolgono il presidente Spinicchia e un’allegra tavolata di una sessantina di persone. Faccio subito la spiritosa, dispenso sorrisi mondani a destra e a manca quando vorrei solo buttarmi per terra e implorarli di risparmiarmi. Moltissime famiglie con bambini, molte persone anziane e qualche coppia giovane. Hanno facce normali, sane, di media borghesia: sono vestiti, e questo mi permette di poter giudicare in base a quello che indossano. Un’abitudine riposante. Fra un fritto di verdure e una fetta di salame, (e meno male che erano contro l’alimentazione poco sana), inizio a chiacchierare. Franca lavora all'anagrafe, è nudista da 30 anni. “Si finisce nelle associazioni per smetterla di sentirsi considerare degli sporcaccioni”.
Ma, momenti di imbarazzo mai, chiedo io, neanche quando al camping sono tutti a tavola, con la coscia di pollo in mano e la coscia nuda del vicino? “Io mi metto il pareo”, interloquisce un’altra signora, “per me è una questione di educazione”. Mia nonna sarebbe contenta: ci teneva tanto a come si stava a tavola. “Non c’è costrizione”, dice Franca, “puoi fare quello che vuoi”. E allora, liberi tutti? “In spiaggia siamo rigorosi: tutti nudi o fuori. È un modo per difendersi dai pappagalli. Come dire: se vuoi vederci le tette, mettiti sullo stesso piano.” Si sa, la nostra è una società basata sullo scambio. E i figli? Risponde una signora con accanto la figlia 11enne che mangia serafica. "I ragazzini piccoli sono felici, invece gli adolescenti, specie i maschi, spariscono”. Immagino che, ironia della sorte, siano tutti in bagno a guardare pagine e pagine di signorine nude. Eppure, nonostante qualche banalità del tipo “ogni essere umano è nato nudo” hanno tutti una commovente volontà di sentirsi in armonia non solo se stessi, ma con la natura e con l'ambiente. L’ansia del politically correct attanaglia quasi ogni naturista che si rispetti. Vengo avvicinata da Andrea: "Scrivi, scrivi anche il cognome: Andrea Grasselli, ho 37 anni, sono svizzero ticinese”. Alto alto, con gli occhiali e un principio di couperose alle guance. Vestito con camicia scozzese e maglioncione come un montanaro, ai piedi porta sandali senza calze come un frate francescano. E come molti uomini di fede ha un'espressione timida, ma decisa: VUOLE parlarmi. “Volevo dirti che appena ti ho conosciuta ho avuto l'impressione che tu lo spirito naturista ce l'avessi dentro". Non sei l’unico che me lo dice: ricordo una vacanza in Sicilia. Ero in un casto topless quando mi si para di fronte un ragazzetto di circa 11 anni, che serio mi dice: “Scusa, nudista sei?”, io gli rispondo di no e cerco di spiegargli la differenza fra il nudo integrale e il monokini. Lui mi ascolta con attenzione e poi mi fa: “Appunto: nudista sei.” Definitivo. Ad Andrea chiedo: come vi regolate voi uomini in quei momenti lì? “Semplice. Mi spoglio vicino a una doccia e se c’è bisogno me la facevo fredda, passa tutto”. Potenza degli antichi rimedi. “Ma succede solo quando si è neofiti. Poi passa. Nel naturismo questa commistione fra nudo e sesso non c'è. Ci si abitua a vedere corpi nudi. Così la vista in sé non è più eccitante". Non so se i milioni di cultori dell'erotismo da calendario saranno d'accordo. Ma è pur vero che l'organo della vista è eccessivamente sopravvalutato nella cultura occidentale.
Per la foto fuori al ristorante, sono tutti vestiti. Bè, sembrano quasi inermi, indifesi, nudi di fronte all'obiettivo. Prima, seduti a tavola ciarlanti e mangianti, eravamo più indecenti.
Il pranzo si conclude con il momento “diapo”. Sullo schermo compare festante la scritta: “Estate naturista 2003”. Nelle foto, panze, tette e genitali con sottofondo di musichine da ascensore (riconosco “Momenti di gloria” e il jingle di Barilla) e dall’erotismo di una borsa d'acqua calda.
Tornati in città, arriva il momento di andare in piscina. Di dovermi spogliare. Di dimostrare loro la mia buona fede. Non sanno che per tutto il tempo mi sono chiesta come potessi dargli la sòla conservando un certo stile. Cerco di procrastinare parlando con Gaetano il tesoriere, con Lella la pr, se potessi anche con il tavolino. La gente è già tutta in acqua che si consegna remissivamente a un istruttore di acqua gym. Sbircio tutto quello che fanno. Non gli guardo le tette, il pisello, ostento una magnifica indifferenza che fa tanto naturista. O almeno spero. Loro sembrano a loro agio, si conoscono da anni. Franca chiacchiera con tutti, Andrea scherza in acqua. Sono tutti abbastanza in forma. E chi non lo è, sembra che se ne freghi. Come un meraviglioso signore fra i 50 e i 60: gli addominali non sono più quelli di una volta, ma sul sedere ha tatuata la mappa maori e ai testicoli ha tre o quattro piercing. I punkabbestia gli fanno un baffo a quest’uomo primitivo. Si merita un premio. In cuor mio cerco di farmi due risate anch’io mentre mi dirigo verso lo spogliatoio. Mi vorrei togliere le mutande: non ci riesco, distratta da due soci che m’intrattengono mentre mi spoglio. Capisco le buone intenzioni, ma confesso non immaginavo che avrei subito la compagnia di simpatici chiacchieroni mentre mi slaccio il reggiseno. Per depistarli, mentre proseguo l’operazione prendo delle pause infinite. Ma poi non c’è più nulla da togliersi: e faccio scivolare via l’accappatoio con finta nonchalance davanti ad amichevoli naturisti lombardi. Tutti gentilezza e compassione, mi si radunano intorno mentre mi schiaccio contro l’angolo più remoto della vasca. Mi sento accerchiata e al tempo stesso li amo: siamo vecchi amici che conversano in cucina. Parliamo di lavoro, di turismo, di città vivibili. Mentre chiacchierano, alcuni di loro giocano con i figlioletti, li aiutano a tuffarsi. Nella vasca accanto, con idromassaggio, quattro o cinque persone si ammollano pigramente. Così a poco a poco dimentico i metri quadrati di pelle esposta, il ruolo professionale, la società dei tessili (così i naturisti definiscono noi, cultori del costumino) a cui appartengo. Mi sento Eva fra gli Adami. Libera dal peccato originale e dal bikini. Ebbene sì: c’è differenza fra il fare il bagno nudi o con il costume. È una differenza mentale, di compenetrazione (via quei sorrisetti) fra te e l’acqua. Ti senti più libero, disinvolto. Immagino che con il sole e un po’ di brezza che ti scompiglia amichevolmente i peli del pube la sensazione sia ancora più netta.
Ma non è solo quello. In tutte queste persone si avverte una semplicità di fondo che sfocia nel loro modo di comportarsi. Sarà perché non abbiamo più niente da nasconderci, ma siamo tutti pappa e ciccia in men che non si dica. Ci schiodiamo da lì solo perché chiudono. Al di qua del vetro, Giovanni, il direttore tecnico della piscina, osserva impassibile. Gli chiedo se si è mai lasciato convincere, ma lui risponde di no. Perché? "Potrei dirtene tante di ragioni, ma la verità è che sono geloso. La mia ragazza voglio vederla nuda solo io. E' così, per me". Sono le dieci di sera quando esco fuori e mi avvio in motorino verso casa. Milano è buia e fredda. Sarà meglio che mi copra bene.



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